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Atrax Robustus Pt.14
Lorenzo Maria parcheggiò l’auto in garage, recuperò la sua borsa dal sedile posteriore, uscì dall’abitacolo, chiuse la portiera e fece scattare la chiusura con l’apriporte.
L’Audi quattro di sua moglie occupava il posto nello spazio adiacente al suo: era già arrivata a casa.
Questo non gli piaceva. Si sentiva a disagio.
L’idea di incontrare lo sguardo di lei, col timore che svelassero l’angoscia che stava attraversando per ciò che aveva fatto, lo rendeva nervoso.
Non avrebbe dovuto mostrare alcun turbamento, mantenere un atteggiamento neutro, come ogni giorno.
Non era facile, ma era necessario riuscirci.
Si avviò verso l’ascensore passando tra le altre macchine del condominio.
Il rumore dei suoi passi risuonava fra le pareti grigie del vasto garage.
Si accorse di quanto procedesse rapido, quasi a mettere distanza fra sé e quanto aveva compiuto.
Rallentò il passo tirando un profondo respiro; una corrente nervosa lungo la schiena gli procurò un brivido freddo.
Salì in ascensore con le mani ficcate nelle tasche dello spolverino; quando le estrasse per premere il pulsante, erano bianche e gelide.
Nello specchio della cabina osservò il suo volto: aveva un pallore da malato. Sfiorò la fronte con due dita, come a controllare se scottasse.
Guardò i suoi occhi, cercandovi una traccia della sua colpa, ma trovò solo lo sguardo stanco di un uomo sconfitto.
Quando le porte si aprirono sul pianerottolo, esitò un secondo di troppo prima di inserire le chiavi nella serratura di casa.
Dentro si mosse con passi felpati, attraversò l’atrio lieve come un fantasma.
Nel soggiorno non trovò sua moglie e questo gli sollevò l’umore.
Un rumore d’acqua che scorreva proveniva dal bagno: ringraziò il cielo, lei stava facendo la doccia.
- Ciao! Sono a casa - disse con un volume utile a farsi sentire.
- Ciao! Mi sbrigo subito. Magari, intanto, prepara due aperitivi - rispose lei, briosa, sotto lo scroscio dell’acqua.
Nella stanza degli armadi tolse il soprabito e la giacca con movimenti lenti e insicuri li appese.
Sciolse la cravatta, nello sbottonare il colletto della camicia che avvertiva soffocante, il lieve tremito delle mani gli impose di controllarsi.
Era felice d’avere il tempo di far decantare quella sua alterazione prima di incontrare la moglie; preparare un aperitivo l’avrebbe aiutato a rilassarsi.
Prese del Campari e del prosecco dal frigo, recuperò alcuni cubetti di ghiaccio dal freezer, sturò una bottiglietta di tonica da unire al drink e guarnì i bicchieri con mezza fettina d’arancia: lo spritz era pronto.
Nell’affettare l’arancia si ferì un dito; il sangue lasciò alcune gocce vivide sulla formica bianca del tavolo di cucina.
Imprecò silenziosamente: era maldestro e nervoso.
Mise il dito sotto il rubinetto dell’acquaio, poi lo fasciò sommariamente con uno strappo di carta da cucina.
Approntò alcuni stuzzichini: patatine, olive, arachidi, piccoli salatini piccanti per accompagnare le bevande.
- Che ti sei fatto alla mano? - La voce improvvisa di sua moglie alle sue spalle lo fece trasalire. Si voltò. Lei era sulla porta, un accappatoio color malva le fasciava il corpo longilineo, un asciugamano le raccoglieva i capelli bagnati sul capo.
- Niente - rispose minimizzando - mi sono ferito stupidamente affettando l’arancia.
Lei sorrise indulgente.
- Le attività pratiche non fanno per te. Rischi di farti male seriamente.
Lui fece una smorfia che simulava un sorriso autoironico.
- Dai, beviamo questi spritz prima di dissanguarmi.
- Va bene, ma dopo vedi di medicarti col kit che c’è in bagno.
- Tranquilla, non ti lascio vedova.
- Forse no, ma se devono amputarti un arto per cancrena sarebbe fastidioso.
Sorrise mentre prendeva il suo bicchiere.
- Ci metterò un cerotto per farti dormire serena, contenta? Beviamo ora.
I bicchieri tintinnarono in un cin cin sonoro.
- Sei arrivato presto. Tutto a posto con l’auto?
- Che auto? - esclamò lui mandando giù una manciata di patatine.
- La tua. Che stamattina, levandoti all’alba, hai portato dal meccanico per la spia dell’acqua - rispose lei mordendo un cubetto di ghiaccio.
- Ah! La macchina. Certo! Tutto a posto, check completo, sistemati tutti i livelli. Scusami, sono un po’ fuori, ho mal di testa e ho avuto una giornata pesante.
- In effetti sembri un filo sbattuto. Sicuro di stare bene?
Lui stancamente poggiò il bicchiere freddo per un attimo sulla fronte.
- Solo stanchezza e tensione per il lavoro, tranquilla.
- Sei sotto pressione con progetti pesanti? - chiese guardandolo negli occhi.
- Te ne avevo parlato - rispose lui osservando il sangue fiorire sulla carta al dito ed evitando lo sguardo di lei.
- Stiamo preparando uno studio su “Innovazioni in viticoltura mediterranea” che presenterò come relatore all’Enoforum di Zaragoza, in Spagna.
- Bene, quando dovrai esserci?
- Si terrà ai primi di maggio, ma siamo indietro coi tempi.
- Mi piacerebbe accompagnarti, ma anche io sono molto impegnata e non posso mollare il lavoro.
- Sì certo, ma ti divertiresti poco. Conferenze barbose e riunioni di lavoro mascherate da cene la sera. Solo cose pesanti.
- Vai da solo o con qualcuno del tuo staff?
- Verrà con me la mia assistente.
- Ah! Che, se non ricordo male, non è una brutta compagnia, giusto? - sorrise in tralice.
- Ma figurati, è solo molto precisa ed efficiente. Mi stai diventando gelosa?
- No. È una constatazione. - Si alzò posando il bicchiere vuoto. - Vado ad asciugarmi i capelli. Tu vai nell’altro bagno a medicarti il dito. Magari prendi un analgesico per il mal di testa.
La vide uscire in una scia di borotalco; la sua figura ancora così giovanile e flessuosa nell’accappatoio che le aderiva al corpo gli procurò un riflesso fisico vestito d’amarezza.
La desiderava ancora, anche se da due anni lei si era detta insensibile, spenta per le cose di sesso.
Lui aveva pensato a un problema ormonale, le aveva detto di parlarne col proprio ginecologo, ma non c’era stato verso: lei aveva decretato che il sesso non le interessava più e che l’argomento era chiuso.
Lui ci aveva creduto, ingenuo come un idiota.
Una quarantenne in pieno splendore fisico che chiude col sesso perché “non le interessa più”. Quando mai si era vista.
Ci aveva creduto, certo. Finché non aveva scoperto che si faceva scopare sotto il loro tetto da quel finto finocchio di avvocato.
Due carogne che avvinte nel letto progettavano di farlo fuori e godersi i suoi soldi.
La scena della mattina tornò alla mente con uno strazio nel petto: il cane che si avvicinava felice al veleno.
Oggi Luigi aveva iniziato a soffrire.
Tra poco sarebbe toccato a sua moglie.
(Continua)